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Investire nel Petrolio non convince gli ugandesi

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Dopo tre anni di stallo, il progetto di un oleodotto che colleghi i giacimenti ugandesi alla costa Tanzania ha ricevuto il via libera. L’investimento, però suscita molte perplessità.

Molto presto, nel 2025, il petrolio comincerà a scorrere dalle sponde del lago Alberto fino alla costa della Tanzania, attraverso un oleodotto di 1443 chilometri, un fiume di 200mila barili di petrolio. Il percorso è stato denominato “East african crude oil pipeline”.

 

Un gigante petrolifero francese, un’azienda di stato cinese, e i loro soci hanno annunciato l’investimento finale, l’ultima fase prima dell’inizio dei lavori.

Il primo via libera era arrivato nel 2006, ma tutto era rimasto fermo per questioni fiscali tra il governo e le aziende, oltre alla diatriba sulla costruzione di una raffineria. Poi il covid-19 ha introdotto ulteriori ritardi.

Gli abitanti della regione petrolifera dell’Uganda si chiedono se il progetto abbia ancora un senso.

Nel 2025, quando il petrolio comincerà a fluire nell’oleodotto, costringerà duemila famiglie a trasferirsi e avrà conseguenza dirette su altre ventimila.

I contadini non riceveranno indennizzi per i raccolti seminati dopo una certa data e molte famiglie non potranno più vivere con le piantagioni di caffè che permetteva di pagare la scuola ai propri figli.

 

Quale logica

Anche se espropriare terre è sempre un terribile caos, la politica è spietata. Il petrolio renderà l’Uganda più ricca.

L’attuale pil annuo dell’Uganda è di 40 miliardi e secondo le autorità lo sviluppo dell’investimento nell’oleodotto petrolifero garantirà 15 miliardi di investimenti.

Per il governo attuale è impossibile che il petrolio non trovi compratori, ma i mercati potrebbero cambiare in modo importante a causa del problema del cambiamento del clima. Secondo alcune stime, dal 2013, il valore dei giacimenti ugandesi è crollato del 70 per cento. Se i leader mondiali decidessero di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, il valore dei giacimenti si ridurrebbe ulteriormente.

L’Uganda sta già soffrendo per le emissioni del gas serra da parte dei paesi ricchi e il governo riconosce che nei prossimi decenni il riscaldamento globale potrebbe costare il 3 o 4 per cento del pil.

Intanto le stagioni si stanno sovrapponendo e gli agricoltori non sanno più quando seminare.

 

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#Tratto dalla rivista Internazionale del 17 febbraio 2022 – The Economist, Regno Unito

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