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La guerra che ci raccontano: spunti per una riflessione

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Le narrazioni

Sono gli scenari della guerra russo-ucraina ad esigere la nostra attenzione da settimane, quella guerra che ci raggiunge nelle varie ore del giorno dai telegiornali o che cerchiamo frettolosamente di avvicinare dal nostro smartphone, magari durante la pausa pranzo, per capire cosa succede, con l’ansia che qualcosa all’improvviso possa precipitare, che un errore trasformi il conflitto e lo allarghi, seminando ancora morte e distruzione.

Le fonti oggi sono tante e le notizie ci giungono in tempo reale, anche prima dell’informazione ufficiale, attraverso un video, una foto, da uno o più soggetti e da diverse angolazioni, disseminate rapidamente. Hanno un effetto dirompente sui destinatari, danno luogo a una risposta immediata, talora polemica o di condanna, talaltra suscitano i sentimenti più disparati, che si esprimono in interiezioni, emoticon, offese e non lasciano spazio a un altro tipo di confronto, a un dibattito, a un approfondimento.

Ci sono poi gli inviati che dai cumuli di macerie, sui luoghi di guerra, ci parlano accanto ai soldati, intenti a centrare il bersaglio dal mirino di un fucile, e per noi che ne siamo spettatori, l’unica risposta a quelle armi sono altre armi dal fronte nemico, in uno spazio mediatico che proporzionalmente alla velocità delle notizie trasmesse, riduce la complessità di situazioni e problemi.

Seguiamo i reportage, che alla guerra per immagini sostituiscono il racconto della diplomazia nazionale e internazionale costantemente al lavoro, per scongiurare il coinvolgimento dei Paesi della Nato, testimoniata dalla febbrile attività di capi di Stato, che esplorano possibili vie di uscita dal pericolo più grande di una guerra nucleare.

Frequenti talk show, con vari ospiti e su più canali, in contemporanea, aggiungono a tali narrazioni opinioni, pregiudizi e punti di vista personali, senza tener conto dei molteplici fattori implicati in questa guerra, su cui la possibilità di controllo è di per sé molto relativa.

Così mentre ci si allontana sempre più da un’analisi razionale della situazione, s’innalza, viceversa, lo share di questo genere di trasmissioni, con discussioni urlate e perciò emotivamente più coinvolgenti, che generano al contempo una distorsione delle informazioni per il pubblico in ascolto.

Quale verità?

Siamo consapevoli che le verità sono tante, anche se provengono dai media, che una notizia non corrisponde sempre alla verità, che le immagini stesse sono viziate dalla propaganda. Lo abbiamo imparato dalla Storia.

Sappiamo che la libertà di stampa, di cronaca, di critica dà la possibilità di esprimere il proprio pensiero, purché conforme alla verità dei fatti esposti e nell’interesse pubblico, astenendosi dall’ingiuria.

Allora, a maggior ragione, potrà giovarci una riflessione pacata in questa fase di transizione che stiamo vivendo. Sono in atto lenti cambiamenti nelle nostre abitudini, ci sono incognite a cui dobbiamo prepararci.

Lo sguardo va rivolto agli equilibri interni e internazionali, alle conseguenze sociali che ne scaturiranno. Per questo motivo sentiamo la necessità di una informazione corretta, in special modo per raccontare la guerra e per parlare alle giovani generazioni.

Una nuova consapevolezza

Una narrazione che sia fondata su competenza, analisi di dati e di fonti, perché ci guidi ad affrontare razionalmente la nuova realtà e non ci spinga ad agire sotto l’onda delle emozioni.

Spetterà poi ad ognuno mettere a confronto quelle notizie e quelle opinioni per elaborare una idea propria, per una piena consapevolezza e un’azione responsabile.

Cosa può fare dunque una forza democratica se non alzare l’antenna dello spirito critico e non lasciarsi travolgere dal fiume di notizie, troppo spesso omologanti, che fanno presa sui sentimenti, ma non sono sufficienti a spiegare le ragioni di una guerra, perché basate semplicisticamente sulla distinzione tra buoni e cattivi. ●ac

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