Lavoro

Per giovani e donne quote di assunzioni riservate

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Intervista al ministro del Lavoro: “I fondi del Pnrr riservano un 30% di posti. Va esteso a tutti i fornitori della Pa. Il precariato? Non possiamo pensare che in Italia la competitività si realizzi così”

Parte con un giudizio severo l’incontro con il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. I dati Istat dicono che il Paese è tornato ad avere un tasso di occupazione pari a quello del febbraio 2020. Per donne e giovani tra i 25 e i 34 anni la situazione è addirittura migliorata. Ma questi numeri vanno letti tenendo presente che la popolazione nel frattempo è diminuita. “Tutti i datori di lavoro che hanno rapporti con la Pubblica amministrazione dovrebbero essere obbligati ad assumere almeno il 30% di donne e giovani”, dice il ministro ospite di Metropolis, il podcast del gruppo Gedi.

Ministro, in Italia l’occupazione femminile è al 50,5% contro il 59% della media europea. Il dato giovanile è al 23%. Qual è l’obbiettivo che vi siete dati anche grazie alle disponibilità del Pnrr?
“Questo è un tema drammatico e la curva demografica lo rende ancora più complicato. Avremo una generazione che rischia di essere sempre più marginale nel mondo del lavoro. Sui nostri giovani si scaricano molto facilmente pesi e contraddizioni così loro, come accade già da tempo, raggiunto un certo livello di competenze, se ne vanno. È drammatico”.

Cosa si può fare?
“Il Pnrr ci dà una grande occasione. Noi abbiamo messo alcune clausole ai bandi: il 30% delle assunzioni dovrà essere riservato a donne e giovani, su questo dovremmo vigilare con attenzione. Regole che andrebbero estese a tutti i bandi pubblici. Perché sarebbe importante che tutti quelli che hanno a che fare con la Pubblica amministrazione si impegnino a contribuire”.

Tante donne oggi ancora non riescono a lavorare.
“Dobbiamo assolutamente migliorare le infrastrutture sociali e la qualità del lavoro. Il tasso di occupazione femminile è più alto nei Paesi in cui ci sono più asili nido. Se costrette a scegliere tra lavoro e famiglia, tante sono obbligate a rimanere a casa rinunciando alla carriera. E questo pesa anche sulla composizione della classe dirigente”.

E la qualità del lavoro?
“È l’altro aspetto, l’abbiamo visto con la pandemia. Donne e giovani hanno troppo spesso lavori precari, che hanno perso durante questi due anni terribili. Non possiamo pensare che la competitività in Italia si realizzi tutta con un dumping sul costo del lavoro e con la riduzione delle garanzie per alcuni comparti produttivi”.

E poi c’è la questione dei salari.
“Mediamente i nostri giovani entrano nel mondo del lavoro con stipendi molto più bassi dei Paesi concorrenti. Un problema che dobbiamo affrontare nonostante la crisi sociale che stiamo attraversando. Non possiamo fregarcene”.

Nel Pnrr ci sono 4,4 miliardi di euro per il reinserimento lavorativo dei disoccupati e dei beneficiari di ammortizzatori sociali.
“Sì, sono risorse che serviranno a seguire i lavoratori che perdono il posto. Saranno cinque le tipologie, dalla formazione all’aggiornamento, e si accompagneranno agli ammortizzatori sociali e al sostegno al reddito, anche con percorsi collettivi. Prendiamo ad esempio alcune grandi crisi industriali: nel caso arrivi un nuovo imprenditore, andremo a sostenere la formazione necessaria per il cambio dell’attività dei lavoratori”.

Lei ha parlato di una ferita per il caso Gkn di Firenze, che ha licenziato per lettera più di 400 persone. In casi di delocalizzazioni sono previste delle multe, ma sembrano punture di spillo per grandi multinazionali. Bastano?
“Sì, forse punture di spillo. Ma che indicano la strada e sono frutto di una mediazione molto complicata nel governo. Diverse le forze politiche avevano riserve, non solo la Lega. Sostenevano che se si fossero messi troppi vincoli a chi voleva andar via, altri poi avrebbero esitato ad investire in Italia. Un principio che personalmente non condivido ma che non ho potuto ignorare”.

Cosa si può fare?
“Non si possono impedire le chiusure in una economia di mercato, ma si possono fornire, come abbiamo fatto, coordinate che consentono di avere una procedura ordinata e di verificare se ci sono altri investitori”.

In questo quadro, con il Pnrr e i nuovi ammortizzatori, il Reddito di cittadinanza ha ancora senso?
“Sì. Credo che il vero errore sia stato raccontarlo come una leva che poteva riempire il vuoto delle politiche attive del lavoro. È evidente che serve uno strumento per affrontare il tema della povertà e aiutare le persone che si trovano in condizioni di marginalità, che hanno perso il posto di lavoro e che forse non riusciranno mai più a trovarlo. Uno strumento simile c’è in quasi tutti i Paesi europei”.

Cosa pensa della mancata elezioni di Draghi al Colle?
“Credo ci fossero solide ragioni per nutrire delle riserve su questa possibilità per l’inevitabile cambio di governo che ne sarebbe conseguito. È già stato difficile scegliere un presidente della Repubblica e credo che sarebbe stato ancora più difficile scegliere anche un governo che avrebbe dovuto portarci almeno fino alla prima tappa del Pnrr, a giugno. Il margine di rischio era molto grande”.

Ma non era Letta il più convinto di questa ipotesi?
“Non escludo che Letta abbia ritenuto, come molti di noi, che Draghi sarebbe stato un ottimo presidente della Repubblica, ma verificando le posizioni degli altri è emerso che l’ipotesi era impraticabile”.

A Sanremo Ornella Muti ha sollevato il tema della depenalizzazione delle droghe leggere. Lei cosa ne pensa?
“Dobbiamo discuterne in modo laico. Il tema è ormai affrontato in tutta Europa e in Germania si va in quella direzione. È impensabile che non ci siano riflessi anche nella nostra legislazione. Io non ho mai avuto obiezioni ad un percorso che, anche con forme di sperimentazione, vada verso forme di depenalizzazione delle droghe leggere. Inoltre, le forme repressive introdotte in questi anni non hanno prodotto grandi risultati nella lotta alla droga. Anzi, spesso hanno prodotto danni”.

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