Cultura

BERENICE

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La lettura delle “Città invisibili” di Calvino, sollecita una serie di domande rispondendo alle quali non è difficile incorrere in situazioni analoghe a quelle narrate. Finché ci si limita al racconto in quanto tale, poco male: è nient’altro che un gioco intellettuale più o meno convincente, stuzzica la capacità di astrazione, la fantasia, ma qual è il rapporto con la nostra vita quotidiana, con quello che quotidianamente facciamo, insomma con la nostra esistenza e con quanto nel mondo succede?

Proviamo a rispondere soffermandoci sulla città invisibile “Berenice”, al n. 5 del gruppo delle città “nascoste” Il nome Berenice, è il greco antico Pherenike, il cui significato, “colei che porta la vittoria”, ben si addice al racconto di Calvino, in cui la “vittoria”, se di vittoria si può parlare, praticamente domina, ma senza avere un vincitore e un vinto definitivi. La città presenta una sua particolarità consistente nell’alternanza senza sosta di città giusta e città ingiusta. Ed ecco perché: “…nel seme della città dei giusti sta nascosta a sua volta una semenza maligna; la certezza e l’orgoglio d’essere nel giusto – e d’esserlo più di tanti altri che si dicono giusti più del giusto- fermentano in rancori rivalità ripicche, e il naturale desiderio di rivalsa sugli ingiusti si tinge della smania d’essere al loro posto a far lo stesso di loro. Un’altra città ingiusta, pur sempre diversa dalla prima, sta dunque scavando il suo spazio dentro il doppio involucro delle Berenici ingiusta e giusta” “ Detto questo, … devo attrarre la tua attenzione su una qualità intrinseca di questa città ingiusta che germoglia in segreto nella segreta città giusta: ed è il possibile risveglio – come un concitato aprirsi di finestre – d’un latente amore per il giusto, non ancora sottoposto a regole, capace di ricomporre una città più giusta ancora di quanto non fosse prima di diventare recipiente dell’ingiustizia. Ma se si scruta ancora nell’interno di questo nuovo germe del giusto vi si scopre una macchiolina che si dilata come la crescente inclinazione a imporre ciò che è giusto attraverso ciò che è ingiusto, e forse è il germe d’un ‘immensa metropoli.”(1)

Soffermandoci soltanto sull’alternanza delle due città, ne emerge che in realtà si tratta di un’unica città che contiene un duplice volto, uno palese, visibile e operante ed un altro, uguale e contrario, ma in nuce, nascosto e tuttavia operante fino a sostituire il precedente.

Viene necessariamente in mente il Parmenide, grande dialogo di Platone, dove si discute sull’interrogativo dell’uno e dei molti, se sia possibile che “ciò che è” può, contemporaneamente essere anche “ciò che non è”. Questi interrogativi ci portano a chiederci se sia possibile un governo giusto e se tale governo possa evitare di trasformarsi in ingiusto. Senza alcuna presunzione, direi che i termini “giusto” e “ingiusto” vanno assunti non già in assoluto, ma nei limiti entro cui noi agiamo. Sapere di essere in una realtà costitutivamente doppia, dove giusto e ingiusto sono compresenti, ci aiuta a esercitare al meglio la nostra volontà di affermazione del giusto. Che questo “giusto” contenga anche l’”ingiusto”, ci rende consapevoli dei nostri limiti e ci sprona a superarli proprio grazie alla presenza di quel tanto o quel poco di ingiusto presente nel giusto. ●gd

Note: 1) Italo Calvino, Le città invisibili, in Altri romanzi, Edizione CDE spa- Milano1992, pp.149 sg

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