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Gli shamate

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Si può leggere talvolta il disagio dei giovani da alcuni “segni” di riconoscimento, tra cui rientra senz’altro il modo di vestirsi. Ne sono un esempio le appariscenti acconciature di capelli fluorescenti, gli abiti sgargianti, gli accessori vistosi, di fronte ai quali dopo lo stupore iniziale, pensiamo a un ennesimo fenomeno kitsch del nostro tempo. Ma se allontaniamo il pregiudizio che si accompagna alla presa di distanza da tali eccentriche manifestazioni, e ci avviciniamo a quell’universo giovanile per capire, scopriamo qualcosa che ci lascia altrettanto stupiti (o scioccati?) ed entriamo in una realtà che meriterebbe di essere conosciuta più a fondo.

Il movimento

Siamo nel 2006, nella periferia cinese, lontana dagli agglomerati urbani, a 400 Km da Canton. Qui vive un ragazzo di 11 anni, Luo Fuxing, che viene affidato alle nonne dai due genitori, costretti come tanti a trasferirsi sulla costa per un lavoro in fabbrica. Luo trascorre buona parte del tempo a giocare in rete, sulla piattaforma di messaggistica istantanea QQ, un cyber spazio, dove si relaziona con diverse comunità online.

Sui social network spopolano i giovani che vanno controcorrente rispetto alla cultura dominante e diffondono nuove tendenze. Fare la differenza diventa trendy. Così Luo Fuxing comincia a imitare le star del rock giapponese: si cotona i capelli, li tinge, li arruffa, indossa un giubbotto con borchie smanicato, si scatta una foto. Trova poi nel termine inglese smart un nome adeguato al proprio stile, lo traslittera foneticamente nel cinese “sha-mà-tè”, lo associa alla propria immagine e la diffonde in rete.

È un successo. Ogni sinogramma preso separatamente ha un senso: sha significa “uccidere”, ma “cavallo”, “speciale”, l’insieme per quei giovani che lo seguono, s’identifica con la libertà. Il fenomeno cresce rapidamente nelle sub-culture, tra ragazzi e ragazze, dalle calze a rete, pantaloncini e cinturoni, capigliatura a caschetto, sormontato da una mezzaluna di capelli rosa fluorescente o biondo platino.

In Luo Fuxing si riconosce la generazione dei “lasciati indietro”. È il riferimento di un vero e proprio movimento di decine di migliaia di shamate, composto da contadini-operai, i mingong di seconda generazione.

I “lasciati indietro”

Sono i figli di quei genitori poveri che anni prima si erano allontanati dal villaggio contadino per lavorare nelle città. Sono appunto i “lasciati indietro”, che provano il sentimento angosciante dell’abbandono, che hanno precocemente rinunciato agli studi, perché sapevano di essere destinati alla medesima sorte dei genitori. Se ne sono andati anch’essi dalle campagne, separandosi volontariamente dalla famiglia e rompendo il rapporto che li legava.

Vengono assunti illegalmente dagli industriali per l’età proibitiva, assegnati a reparti lontani, isolati da possibili parenti, sottoposti a ritmi lavorativi pesanti, in ambienti insalubri, dove per andare in bagno bisogna ottenere un permesso scritto. Per dodici ore al giorno, per sei giorni continuativi, lavorano in cambio di un salario da fame e miseri dormitori. Soltanto a mezzanotte escono all’aperto, dopo aver consumato il pasto in piedi sui marciapiedi.

In alcuni periodi, tuttavia, questi giovanissimi operai si sottraggono volontariamente alla noia di quei ritmi, per assaporare la speciale libertà di shamate, creandosi lo stile delle acconciature, sfilando in gruppo per le vie della città. Il clan è la loro nuova famiglia, in cui possono riconoscersi, ritrovare un’identità e avere una visibilità.

Partecipano al “miracolo economico cinese” secondo un proprio codice: spendono i soldi guadagnati mangiando e bevendo con altri shamate, offrono qualcosa a chi non ha niente e vive ai margini. Quando hanno esaurito tutto il denaro, decidono di rientrare a lavorare nell’opprimente e alienante dimensione della fabbrica. Tornano a essere invisibili agli occhi del mondo. Sanno già che saranno necessari dieci, venti anni, prima di permettersi forse un’auto o un alloggio, ma intanto vivono tranquilli: occupano uno spazio virtuale in rete e si appropriano di uno spazio reale in città.

L’altro volto della Cina

Nel 2009 qualcosa cambia. Alla crescente visibilità del fenomeno shamate corrispondono l’aggressione, l’infamia sui social network, i controlli frequenti della polizia. Li ritengono arroganti, perché propongono di essere riconosciuti come la cinquantasettesima minoranza nazionale. Sono diventati delinquenti da combattere.

Il regista Li Yifan, autore di un recente documentario sulla storia degli shamate, sostiene che dietro tutto ciò vi è un rifiuto della creatività e della libertà dimostrate da chi, come loro, proviene dalla campagna e non si integra nella società consumistica.

Sebbene oggi gli shamate non siano così numerosi come dieci anni fa, sollecitano ancora una volta la nostra riflessione sul rapporto tra città e campagna, tra povertà e consumismo, tra chi gode dei beni di consumo e chi ne è artefice, ma non può goderne. Un fenomeno non sconosciuto a noi occidentali.

Gli shamate sono l’altro volto del “miracolo cinese”, segnalano che la povertà estrema non è stata eliminata da Xi Jinping, come ha affermato, nonostante la Cina sia inserita nel sistema capitalistico mondiale.

Proprio una decina di anni orsono, usciva il saggio dal titolo “La Cina in dieci parole” dello scrittore Yu Hua, che nell’esaminare il divario tra chi cresce nelle metropoli ultramoderne e chi nelle remote campagne, rivela: se chiedi al bambino di un villaggio contadino cosa vorrebbe in regalo, ti risponderà un paio di scarpe da ginnastica, se poni la stessa domanda al bambino di una città industriale costiera, ti risponderà un aereo.

E a noi sembra che non vi siano stati cambiamenti significativi nelle periferie della ricca Cina. Consapevole com’è di aver eradicato la povertà, Xi Jinping le ha dato in effetti altro tempo per attecchire. Ma questo è un aspetto del quale, in genere, nessuna propaganda politica ama parlare. ●ac

Fonti: Le Monde diplomatique “Gli shamate, i punk delle fabbriche cinesi”, Frédéric Dalléas. 02/2022; Yu Hua “La Cina in dieci parole”, ed. Feltrinelli, 2012; “Xi declares “complete victory” in eradicating absolute poverty in China”, Xinhua, Pechino, 25/02/2021.

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