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Se a lavorare sono i bambini, con l’assenso dei genitori

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Il caso

È dalla provincia più estesa e popolosa del Canada orientale, il ricco Québec, che ci giunge una notizia destinata non solo a far scalpore, ma ad aprire nuovi scenari sul lavoro minorile. Qui l’impiego dei bambini a fini lavorativi, anche subito dopo le scuole elementari (primarie), è legale.

Ad assumerli sono i proprietari di fast food, ristoranti, bar, supermercati, che non riescono più a reperire manodopera adulta dopo la pandemia di COVID-19. Propongono così ai minori, a partire dagli 11 anni, un accesso al mercato del lavoro part-time.

Basta un’autorizzazione scritta dei genitori, specie se assicurano che i propri figli non hanno difficoltà a conciliare le esigenze della scuola con quelle lavorative, come dimostrano i risultati positivi riportati.

A giocare a favore di tale fenomeno è stata sicuramente la deregolamentazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali, che sin dagli anni Novanta ha incrementato la richiesta di manodopera, a fronte della scarsità degli addetti.

Oggi il 51% dei minorenni in Québec ha un lavoro stabile, in quanto offrono una discreta disponibilità oraria, a partire dalla consumazione del pranzo con cui si conclude la giornata scolastica. Ma a chi rileva che c’è un’età minima per un rapporto di lavoro dipendente e chiede quali siano le motivazioni per anticiparne i tempi, si risponde che il lavoro dà autonomia, è un apprendimento simile a tanti altri e in età precoce costituisce un valido insegnamento.

L’infanzia negata

Lo sfruttamento minorile è da sempre una delle piaghe della società in cui viviamo. I bambini sono ricercati in diverse parti del mondo, anche per svolgere mansioni difficili per gli adulti, come calarsi nei cunicoli stretti delle miniere, nelle cave o usare veloci, piccole dita in manufatti artigianali.

Eppure l’art.36 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, adottata nel 1989 dall’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite, afferma che bambini e bambine devono essere protetti da ogni forma di sfruttamento. A essere compromesso altrimenti è, in primo luogo, il loro sviluppo psico-fisico. D’altronde perché sorprenderci, se sotto gli occhi di tutti si continua a violare, ad esempio, perfino l’art.38 della stessa Convenzione, con l’utilizzo di baby-soldato in alcune parti del mondo?

È indubbio che, di fronte al precoce inserimento dei bambini nel mercato del lavoro in Québec (situazione per ora unica in Occidente), ci poniamo domande diverse.

È un modo per educare le nuove generazioni a considerare il lavoro una componente della propria esistenza e a non rinunciarvi a priori, come i Neet, Not (engaged) in Education, Employment or Training, “Non [attive] in istruzione, in lavoro o in formazione”? Conosciamo bene, in Italia e non solo, i risvolti di tale realtà diffusa e preoccupante, che vede i giovani allontanarsi dallo studio, dal lavoro e dalla formazione.

Oppure è un nuovo tributo da pagare al consumismo, che sottrae ai minorenni la possibilità di vivere esperienze proprie dell’età, di allargare gli orizzonti con una istruzione adeguata, di stare tra i propri coetanei e non davanti a una friggitrice di patate per ore, come la giovanissima Amanda nel ristorante La Grande Gueule, intervistata a Ici-Radio Canada?

Dati inquietanti

I dati di un’inchiesta di La Presse hanno svelato come già a fine aprile 2020, 149 bambini di meno di 16 anni erano stati vittime di incidenti sul lavoro. Tra questi alcuni che non avevano ancora compiuto 13 anni.

Altri dati del rapporto 2020 sul lavoro minorile dell’O.I.L. ci dicono che esiste una situazione allarmante oggi e che non vengono adottate misure straordinarie per mitigarne l’impatto: milioni di bambini e adolescenti rischiano di essere spinti verso il lavoro minorile a causa della crisi generata dal COVID-19. Più di un quarto dei bambini di età compresa tra i 5 e gli 11 anni e più di un terzo di quelli di età compresa tra i 12 e i 14 anni, vittime del lavoro minorile, non frequentano la scuola.

Questa tendenza non solo non garantisce prospettive di vita e di lavoro dignitose durante la gioventù e in età adulta, ma ipoteca pesantemente il futuro.

Agenda 2030: quale impegno?

Eppure l’Obiettivo 8.7 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ci impegna ad: …Adottare misure immediate ed efficaci per l’eliminazione del lavoro forzato, per porre fine alla schiavitù moderna e alla tratta degli esseri umani e per assicurare la proibizione e l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile, ivi compreso il reclutamento e il ricorso a bambini soldato; entro il 2025 porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme.

L’esempio del Québec ci ricorda, invece, che noi siamo ancora lontani dagli scenari futuri auspicati e che la situazione potrebbe evolvere negativamente per i giovanissimi addetti al lavoro, sotto gli effetti persistenti della pandemia.

A essere compromessa per loro non è soltanto la possibilità di un successo scolastico, bensì la fruizione del diritto al tempo libero e al gioco, fattori importanti di crescita.

Ma mentre siamo categorici per i bambini (0-12 anni), possiamo esserlo ugualmente per gli adolescenti, almeno di fronte ad alcune attività lavorative? ●ac

Fonti: “Lavoro, il Québec recluta bambini: alle elementari un bimbo su tre ha un impiego. “Non si trova manodopera” F. Pierantozzi. “Il Messaggero” 12/06/2022; Il rapporto Child labour: Global estimates 2020, trends and the road forward(Lavoro minorile: Stime globali 2020, tendenze e percorsi per il futuro), O.I.L. e UNICEF.

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