EE

Il lento e sorprendente declino della mafia giapponese, la yakuza

4 Mins read

Da circa dieci anni la mafia giapponese (yakuza) non è più la stessa di prima, perché gli affari non vanno bene: ha perso il 70% dei suoi affiliati nell’arco di circa quindici anni, a partire dal 2004, anche per una legislazione che pone sotto attacco le loro fonti di reddito.

Era il 1992 quando entrò in vigore la legge anti-yakuza e tra il 2009-2011 furono introdotti regolamenti “per l’esclusione sociale dei gruppi criminali (bohai jorei)”, in virtù dei quali si proibivano rapporti finanziari tra cittadini e bande mafiose. Da allora tutti coloro entrano in contatto con membri della yakuza sono sanzionati, siano essi amici, vicini, famiglie.

Le pene comminate a costoro sono piuttosto leggere: un anno di carcere o una multa, che convertita dagli yen, può arrivare fino a 3.800 euro. Ma quello che pesa agli affiliati alla yakuza, una volta isolati dal contesto sociale, è non avere più connessioni con le reti di protezione. Il loro codice di condotta (ninkyo-do) s’identifica infatti con l’”aiutare i deboli e reprimere i forti”, tuttavia se i contatti con i cittadini comuni sono impediti, ne consegue che ridotti margini di azione comportano profitti ridotti. Ecco allora che rientrare nella legalità lavorativa si configura come una via d’uscita.

È la polizia ad avere un ruolo fondamentale nel trovare loro un lavoro, fa da mediatrice presso le aziende perché li assumano, anche col ricorso a un contributo in denaro (che può raggiungere una cifra in yen corrispondente a 5.500 euro), elargito al datore di lavoro. Dal 2016 al 2021 si attesta che sono oltre 500 i membri che hanno abbandonato i clan di mafia e che circa 80 di essi hanno trovato lavoro, nella sola contea di Fukuoka, la città giapponese situata sulla costa settentrionale dell’isola di Kyūshū, dove si concentra la yakuza.

La strategia in atto

Ridurre i membri dei clan è la strada migliore per colpire le organizzazioni mafiose e la polizia giapponese agisce specialmente durante gli interrogatori, cercando di convincere colui che viene arrestato, a iniziare una nuova vita. Il reinserimento sociale però resta difficile, infatti tra il 2010-2018 solo il 3% dei 5.453 yakuza che hanno lasciato il clan, ha trovato lavoro.

Trovare lavoro però non basta. È pesante adattarsi all’orario, alzarsi presto al mattino, rapportarsi con i colleghi, allora i mafiosi isolati socialmente tornano alle loro vecchie conoscenze. Per cinque anni sono sottoposti alla “regola dell’esclusione”, i loro nomi sono in possesso di banche e agenzie, che si tengono lontane dal fare accordi. Oltre 9.000 yakuza tra il 2011-2015 hanno lasciato il clan, di essi 2.660 sono stati però nuovamente arrestati. Provengono da famiglie povere, senza un necessario sostegno psicologico e sociale tornano a essere dei fuorilegge con una rete consolidata e un’esperienza. Reintegrarsi nella società non è per tutti.

Gli anni dell’apogeo

La yakuza ha conosciuto tempi migliori. La sua presenza capillare è attestata sin dal periodo Edo (1603-1867).Negli anni Sessanta i suoi membri erano circa 180.000. Negli anni Ottanta i capo clan (oyabun) dominavano l’economia dell’arcipelago, il fatturato ammontava a circa 1300 miliardi di yen l’annno (10 miliardi di euro di oggi), di essa si servivano leader politici e imprenditori occasionalmente, per reprimere scioperi e altre manifestazioni contro il governo. Anche gli yakuza più modesti potevano incassare dai 1500 ai 2.500 euro (200.000-300.000 yen) e ostentare degli status symbol.

Il radicamento della yakuza nella società le aveva consentito di resistere ai controlli della polizia. È indubbio che aiutava a sistemare diverse cose senza il ricorso alla giustizia o alle forze dell’ordine. Affari, traffico di droga, gioco d’azzardo, sfruttamento della prostituzione, protezione a ristoranti, recupero di debiti, controllo delle scommesse clandestine legate alle corse dei cavalli, alle gare ciclistiche su pista e agli incontri di lotta (nomikoi), traffico delle droghe, prevalentemente anfetamine, erano sotto il suo dominio.

La Costituzione giapponese garantisce la libertà di associazione e non ne ordina lo scioglimento, pur sanzionando azioni illegali. La più grande famiglia yakuza, la (Yamaguchi-gumi),si compone di 3.800 membri ed è conosciuta dalla polizia con l’indirizzo di ufficio, i biglietti da visita, il logo. Le gang sono strutturate gerarchicamente, i cosiddetti «sindacati» (gumi) sono organizzazioni numerose e ciascun sindacato ha un quartier generale dotato di sedi. Lo Yamaguchi-gumi, ancora oggi è il più esteso sindacato della yakuza, negli anni Ottanta contava su 12.000 uomini.

Chi aderisce alla mafia giapponese si avvale di un simbolismo che l’ha resa da sempre riconoscibile: la falange del dito mignolo tagliata, un’amputazione rituale (yubitsume), che segna il rapporto di venerazione padre-figlio o discepolo-maestro, oppure il pentimento per errori commessi. Al maestro (oyabun) viene consegnata la falange avvolta in un panno o in un fazzoletto di tela. Il maestro è il boss o il capo famiglia, a lui ci si sottopone. Uno yakuza si riconosce inoltre dai tatuaggi che coprono una parte considerevole del corpo, simbolo di determinazione e resistenza al dolore. La yakuza esige il rispetto di un codice d’onore e il giuramento su tre impegni fondamentali: non toccare la moglie dei seguaci; non rivelare i segreti dell’organizzazione; fedeltà e massima obbedienza al capo.

Il reclutamento dei giovani

Come si è visto, l’azione della polizia è stata determinante nell’assestare alla yakuza un duro colpo, ma l’attività criminale mafiosa giapponese sta scomparendo anche per altri motivi. Alle nuove generazioni non piace l’idea di legarsi ad una banda di mafia, ai suoi codici, alle sue regole. Come testimonia Tomohiko Suzuki, da esperto: “[i giovani] devono sacrificare molto per condurre la vita di un gangster e per dei ritorni economici in costante diminuzione”. Dovrebbero rinunciare a comode abitudini, all’utilizzo di cellulari e social network, ai viaggi, per piegarsi a comportamenti imposti, che considerano oltretutto fuori dal tempo, per non parlare del prolungato apprendistato che li attenderebbe. La yakuza sta morendo per questo: è sempre più difficile reclutare membri tra i giovani dell’ultima generazione.

Per una volta non ci sembra affatto negativo che siano loro a far mancare i numeri, sarà una nuova consapevolezza o che la povertà non costituisca più la spinta ad abbracciare un futuro da criminale, sta di fatto che quanto era impensabile qualche anno fa, in termini di ricambio generazionale, si realizza sorprendentemente sotto i nostri occhi, spalancando nuovi orizzonti. Tutto questo può insegnare qualcosa anche al nostro Paese? ●ac

Fonti: “L’irresistibile declino della yakuza” Yuta Yagishita 24/06/2022, da Le Monde diplomatique; «Mafie organizzate. Cosa Nostra e Yakuza in visione comparata» Luca Storti, in “Quaderni di sociologia” 34/2004; “La lenta morte della Yakuza” P. Emanueli, 06/01/2022 InsideOver

close

Rimani aggiornato

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Related posts
EE

Se a lavorare sono i bambini, con l’assenso dei genitori

3 Mins read
Il caso È dalla provincia più estesa e popolosa del Canada orientale, il ricco Québec, che ci giunge una notizia destinata non…
EE

Giornata internazionale contro la transfobia, omofobia e bifobia

1 Mins read
Dal 2004 il 17 maggio celebra la giornata internazionale contro la transfobia. omofobia e bifobia, in ricordo della storica dichiarazione dell’OMS del…
EE

Gli shamate

4 Mins read
Si può leggere talvolta il disagio dei giovani da alcuni “segni” di riconoscimento, tra cui rientra senz’altro il modo di vestirsi. Ne…